OGGI
Sabato,
04
Settembre
2010
Sabina Morandi è giornalista scientifica, scrive di biotecnologie e ambiente. È stata caporedattore del mensile Rifondazione e ha collaborato con numerose testate, tra le quali Nuova Ecologia, Le Scienze, Donna Moderna, Class, Espresso. Ha pubblicato La filosofia morale della bicicletta (Baldini e Castoldi, 1997), Quasi come voi (DeriveApprodi, 2000). Le sue pubblicazioni più recenti sono Petrolio in paradiso (Ponte alle Grazie, 2005) ed Emergenza rifiuti S.p.A. – Come piazzare una bomba chimica a effetto ritardato e farla franca (Castelvecchi, 2009).
Membro del Consiglio Nazionale dell’associazione Verdi Ambiente e Società, ha seguito per conto del quotidiano Liberazione i principali eventi internazionali, in particolare i negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) e i dibattiti della società civile. Nel 2003 ha partecipato come consulente alla realizzazione del programma Raiot condotto da Sabina Guzzanti.
Sei stata definita una giornalista barricadera, hai scritto di biotecnologie e ambiente, sei autrice di testi scomodi come Petrolio in paradiso e Emergenza Rifiuti S.p. A.- Come piazzare una bomba chimica ad effetto ritardato e farla franca. Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Mi sono avvicinata alla scrittura in tenerissima età e, anche quando ho cominciato a fare la giornalista, ho continuato a coltivare questa passione parallela, nella quale riversavo tutto ciò che non trovava spazio negli articoli: le emozioni suscitate dalle storie personali, la rabbia e l’indignazione che ti prendono quando ti imbatti nell’ingiustizia.
In un articolo hai dichiarato che "è sempre difficile rintracciare le motivazioni che ti spingono a scegliere una storia". Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a raccontare questa storia?
Quando ho cominciato ad occuparmi di petrolio sono restata stupefatta nel constatare quanti aspetti della nostra vita sono legati ai combustibili fossili. Non solo i trasporti, quindi, ma quello che mangiamo, quello che beviamo e quello che indossiamo. Immaginare un mondo senza petrolio era quindi un esercizio impossibile dal punto di vista razionale, ma possibile sul piano narrativo ovvero immaginando, e costringendo i lettori a immaginare, una vita carbon free…
La trama in poche righe.
Una mercenaria convertita all’ambientalismo viene ingaggiata da un’associazione ambientalista per infiltrarsi in una potente corporation e scoprire quanto petrolio rimane. Il capo della corporation, però, si rivela un tipo interessante e fra i due sboccia una passione che fa precipitare la situazione. La catastrofe apre insomma possibilità che, nel mondo com’è ora, sarebbero escluse.
Il pozzo dei desideri è stato definito da Ugo Bardi, "una versione narrativa di tante cose che gli esperti hanno spesso descritto in forme meno facilmente leggibili". Perché è più facile raccontare il picco del petrolio e la crisi petrolifera con un romanzo?
In realtà è stato tutt’altro che facile, però gli esperti spesso sono chiusi nei loro gerghi specialistici e non sanno parlare alle persone normali. Come giornalista scientifica, prima con le biotecnologie e poi con il petrolio, mi sono spesso assunto questo ruolo di traduttrice. In questo caso poi, come accennavo prima, serviva uno svolo di fantasia supplementare per immaginare appunto l’inimmaginabile: un mondo senza petrolio.
Parliamo dei dispacci. Si possono considerare una sorta di romanzo nel romanzo, che raccontano quello che realmente sta accadendo. Tu stessa nell’introduPzione, o meglio, nelle istruzioni per l’uso, hai consigliato ai patiti di internet di inserire nei motori di ricerca i nomi delle località menzionate.
I dispacci hanno una doppia funzione: da una parte espongono al lettore tutta la filiera petrolifera nel modo più diretto, constringendolo a immedesimarsi nei vari protagonisti – l’eschimese, il ministro del petrolio, il manger eccetera. D’altra parte mi hanno consentito di raccontare quello che i giornali non pubblicano: per questo ho mantenuto i nomi dei luoghi, così chi fosse interessato può andarsi a vedere su internet i vari sviluppi.
Della tua protagonista, Mara Tramel, ho amato molto questa descrizione: "giovane donna sola, spaventata e ferita, ma anche seriamente determinata a sopravvivere e, quindi, decisamente pericolosa". Parlaci un po’ di lei.
Volevo un personaggio realistico, per questo ho conservato una certa ambiguità morale – è infatti una mercenaria molto disillusa e arrabbiata , niente affatto buona, esattamente come il cattivo non è così cattivo. Va detto che, in un gioco di specchi incrociato, Mara reagisce all’amore in modo più maschile di Adriano, con una certa schizofrenia, mentre lui dopo una debole resistenza decide di abbandonarsi all’amore con un’incoscienza abbastanza femminile…
"Il bello de Il pozzo dei desideri", ha scritto Pierluigi Sullo, "non è l’illustrazione di un futuro a termine, ma è nel raccontare tutto questo da un punto di vista intimo di due persone opposte che imprevedibilmente s’innamorano.."
Questa credo sia l’ambizione di tutti gli scrittori di ogni epoca: raccontare di come la Storia con la “S” maiuscola s’interseca con le storie individuali e come spesso – direi quasi sempre – la determina. Come diceva qualcuno di molto saggio: la vita è quello che succede mentre siamo intenti a pianificarla.
In Petrolio in paradiso, hai parlato della lotta i Sarayaku dell'Ecuador contro l'invasione del loro territorio da parte dell'industria petrolifera occidentale, ne Il pozzo dei desideri hai raccontato quello che succede tra le baracche dei lavoratori dei giacimenti del Venezuela, dell’India. Insomma, una vita dalla parte degli oppressi.
Credo che questa sia una scelta di parte che avviene molto precocemente. C’è chi si mette subito dalla parte degli indiani e lì rimane. Oltretutto, seguendo il movimento globale da Seattle in poi, mi hanno molto colpita gli incontri con gli oppressi, che sono poi quelli che non hanno voce. Personalmente lo sento come un dovere morale, o se si vuole politico: un impegno che gli scrittori di molti paesi considerano naturale – in America latina, in Asia e in Africa – soprattutto dove i media tradizionali sono imbavagliati o completamente asserviti agli interessi dominanti, cosa che mi pare stia succedendo anche da noi…
Stai già lavorando a un nuovo romanzo o una nuova inchiesta? Puoi darci qualche anticipazione?
E’ in uscita C’è un problema dell’Eni (Coniglio editore) dove racconto con uno stile alla Michael Moore, le reazioni della compagnia alle inchieste che ho pubblicato su Liberazione, dagli interessi in Iraq alla finta crisi del gas di qualche anno fa. Le storie sono vecchie ma ancora molto attuali – alcuni sono gli articoli che hanno generato molti Dispacci - ma soprattutto è interessante a mio parere il comportamento dell’Eni nei confronti di una piccola testata militante: dalle intimidazioni alla sponsorizzazione, fino al divorzio con la sottoscritta.
Intervista di Franesca Colletti